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In questa pagina alcune delle risposte fornite ai nostri visitatori nel corso degli anni. In considerazione della mole di richieste di brevi consulenze gratuite pervenuta, lo studio non fornisce più tale servizio.


  Spettabile Studio Legale Gava,
vorrei avere una consulenza gratuita on line ad un quesito riguardante un immobile pignorato. Vorrei acquistare un immobile posto all'asta dal Tribunale della mia provincia. L'immobile in questione, è abitato dal pignorato (unico proprietario del bene, in quanto l'immobile è stato acquistato prima del suo matrimonio), dalla moglie, dalle due figlie di due e undici anni, e dai genitori dello stesso, pensionati e invalidi civili. Ho saputo che una volta acquistato l'immobile, dovrei aspettare che le due figlie raggiungano la maggiorre età per entrarne in possesso "fisicamente" e usufruirne, in quanto i figli minori sono tutelati in questo. Vorrei sapere se ciò corrisponde al vero, perchè se così fosse, dovrò rinunciare all'acquisto. Vi ringrazio anticipatamente per la Vostra cortese attenzione. Anna


L'acquirente di un immobile venduto all'asta per la piena proprietà ha sicuramente diritto di riceverlo libero, ma in effetti la presenza di persone minori o disabili potrebbe portare, nella fase di esecuzione dello sloggio, dei ritardi nella procedura, con intervento dei servizi sociali e via discorrendo. Non è di per sè necessario attendere in ogni caso la maggiore età dei minori, ma Le consiglio di valutare comunque attentamente il suo acquisto.


  Gentile avvocato
sono figlia legittima di mio padre, divorziato da mia madre e in seguito risposatosi però senza figli.
Nel dicembre 2004 mio padre è morto credo senza testamento. Io l’ho saputo dopo circa 6 mesi della sua morte . Premetto che costui lavorava alle dipendenze di una ditta milanese e diventato pensionato nel 1982 (quindi credo che abbia avuto una indennità di buonuscita) Mia madre è morta nel lontano 1984 (penso sia ininfluente ai fini di quanto mi interessa ).
Era proprietario di un appartamento che poi ha rivenduto per acquistarne uno altrove. Io non ho avuto niente dopo questa morte.
Vi ringrazio anticipatamente sperando troviate il tempo per rispondermi


Sicuramente lei è ancora in tempo per rivendicare la Sua quota di eredità, essendo il termine di prescrizione decennale, con riferimento all'appartamento e ad eventuali disponibilità liquide che aveva Suo padre alla morte (oltre a beni mobili, eventuali titoli, ecc), in concorso con la nuova moglie.
Per qunato riguarda invece la "buonauscita" di Suo padre, ossia il TFR, essa spettava in parte a Sua madre, proporzionalmente agli anni di matrimonio in cui essa è maturata, per cui non credo lei abbia più diritto di pretendere alcunchè visto il tempo trascorso.


  Egregi Avvocati,
approfitto della possibilità di avere una vs consulenza gratuita per capire, se ciò che mi sta succedendo, sia legale.
Nel 1993 ho contratto un mutuo ipotecario con mia moglie, oramai deceduta. Per varie vicissitudini e motivi di salute personali, mi sono arretrato nel pagmento delle rate di mutuo e la banca mi ha notificato gli atti. Siccome nel frattempo ho rinunciato all'eredità di mia moglie, vi chiedo se è normale che la banca continui la procedura solo nei miei confronti e se ciò sia corretto.
Spero in un vs immediato riscontro e porgo distinti saluti.


Per una corretta risposta sarebbe necessario potere esaminare il contratto di mutuo, comunque, in linea di massima, è normale che una banca pretenda la responsabilità c.d. "solidale" dei contraenti ai fini di concedere il mutuo, e sarebbe quindi corretto che le varie procedure proseguano nei soli suoi confronti per l'intero.


  Vi ringrazio per la possibilita offerta dal vostro studio.
Sono madre di una bambina di 12 mesi non riconosciuta dal padre, anche perche stiamo parlando di un uomo sposato.Vorrei sapere qual'e in merito la nuova legislazione. Vorrei anche sapere i diritti di mia figlia in presenza di una successione e se avrei potuto dichiarare il nome del padre al momento della nascita anche senza la sua approvazione.
Vi ringrazio.


Quello che serve ai fini del riconoscimento non è l'eventuale indicazione del padre fatta dalla madre alla nascita, ma una dichiarazione proveniente dal padre stesso. In alternativa è possibile ricorrere all'autorità giudiziaria per ottenere l'accertamento giudiziale della paternità ed il mantenimento del minore.
Per quanto riguarda una eventuale successione, la legge prevede che i diritti dei figli naturali siano gli stessi dei figli legittimi.


  Gentili avvocati dello studio Gava,
vorrei avere una prestazione di consulenza legale gratuita. Due giorni fà,sono stato fermato dai vigili municipali. Una volta fermato al posto di blocco,e consegnato i miei documenti,mi hanno mostrato visivamente nel display del loro TELELASER ULTRALYTE la velocita’ di 107 km/h sul limite dei 50 km/h ad una distanza di 136,6 metri. Mi hanno tolto 10 punti,370 euro di multa e sospeso la patente per un mese.
E’ possibile fare ricorso,o altro,per uno di questi motivi?
-I vigili municipali erano in una macchina comunale bianca,con il solo stemma nella portiera del comune e non una macchina dei vigili municipali.
-Nel verbale,riportano APPARECCHIATURA TELELASER USATA IN APPOGGIO SU SUPPORTO STABILE DELL’AUTO, (l’ apparecchio era posizionato sulla portiera chiusa della macchina,con finestrino abbassato e agente seduto dentro il veicolo che punta nel rettilineo della strada),ho alcune foto fatte degli agenti dentro la macchina, ungo la strada pero’ era presente il cartello del controllo velocità.
-Non mi hanno rilasciato nessun scontrino della velocità rilevata,me lo hanno mostrato solamente a display del telelaser.
-Non ho firmato il verbale.
E’ possibile contestare,una di queste cose? Non e’ obbligatorio rilasciare uno scontrino, che dimostri che la velocita' rilevata è quella reale?
Aspetto una risposta gratuita via email e sul vostro sito nella sezione consulenze.


Non mi pare che alcuno dei motivi da lei rilevati sia decisivo ai fini del ricorso. In particolare alla mancanza di uno "scontrino" che attesti la velocità rilevata supplisce l'attestazione dei pubblici ufficiali verbalizzanti che quella era la velocità indicata dall'apparecchio. Un eventuale ricorso dovrebbe prevedere un accertamento tecnico per verificare modalità di funzionamento e corretezza delle rilevazioni dell'apparecchio, e sarebbe comunque un giudizio economicamente dispendioso al termine del quale le spese potrebbero non esserle rimborsate, vanificandosene così l'utilità.


  Egregi signori Avvocati,
Ho una domanda che riguarda problemi di eredita' e legge italiana. Poco tempo fa, e' venuto improvvisamente a mancare uno zio, fratello di mio padre, con il quale non c'erano rapporti particolarmente stretti. Di lui sappiamo soltanto che non aveva ne' moglie ne' figli, che viveva da solo e che molto probabilmente non ha lasciato un testamento. Se cosi' fosse, cosa dice la legge italiana in generale per casi come questo? Le cose in suo possesso (abitazioni, terreni, ecc.) verrebbero divise tra tutti i fratelli e sorelle del deceduto, direttamente da tutti i suoi nipoti o non necessariamente ne' dagli uni ne' dagli altri?
Vi ringrazio anticipatamente dell'aiuto e, in attesa di una risposta, vi auguro una buona giornata.


  Ai sensi dell'art.570 del codice civile in questo caso vengono chiamati alla successione, in parti uguali, tutti i fratelli e le sorelle del defunto.
Nel caso che qualcuno dei fratelli o sorelli chiamati a succedere non possa accettare l'eredità in quanto premorto o non voglia per altri motivi accettare, il diritto di accettare la quota ereditaria a lui spettante passa ai suoi figli e discendenti.


  Spett. Studio Gava,
colgo l'occasione di una consulenza gratuita al fine di aprire gli orizzonti verso ciò che potrebbe accadere a breve.
Ho una zia gravemente malata ed io unica nipote figlia del fratello dovrei essere unica erede.
Ad oggi la zia intestataria unica (per evitare problemi da mio padre divorziato e non più risposato ha acquistato la parte di mio padre) di un immobile dove abita. L'argomento successione non è stato mai affrontato in quanto ho saputo che mia zia ha sempre sostenuto che alla sua morte saranno problemi miei. In questi giorni stavo verificando se ci sono pagamenti non effettuati ICI e quant'altro e mi è sorto il dubbio che potrebbe aver lasciato qualche donazione o avere ceduto la nuda proprietà dell'appartamento.
1. E' possibile reperire notizie in merito?
2. Qualora fosse presente una donazione dovrà essere pubblica con atto notarile?
3. Qualora fosse stata ceduta la nuda proprietà a terzi (o alla banca) cosa accade?
Ringrazio per la disponibilità


  Non è chiaro se suo padre sia vivente o premorto. Nel primo caso sarebbe lui l'unico erede in quanto la precede di un grado in linea successoria. Comunque, notizie sulla attuale proprietà dell'immobile possono essere reperite alla Conservatoria dei Registri Immobiliari territorialmente competente per il luogo dove si trova l'appartamento.
Qualora sua zia risultasse avere alienato o donato la nuda proprietà dell'immobile ci sarebbe comunque ben poco da fare, posto che la legge non prevede alcuna "quota di riserva" a favore dei collaterali, salvo vi siano particolari cause di invalidità dell'atto di cessione da valutarsi nel caso concreto.


  Buongiorno Egr. Avv.,sono una donna separata di fatto da 3 anni ormai(a quest'ora avrei potuto ottenere il divorzio!!!), non vivo più sotto il tetto coniugale da 3 anni.
Ad oggi non ho ancora ottenuto uno straccio di separazione poichè tra varie vicissitudini e involontarietà della controparte di non addivenire a separazione , non vi è mai nemmano stata una comparizione in tribunale.
Quello che Le chiedo è se è vera la notizia che è possibile presentare domanda al Giudice di voler concedere la separazione legale dimostrando che la coabitazione nella casa coniugale è ormai venuta meno da 3 anni. Se si come e in quali termini e quale legge lo consente?
Ringrazio anticipatamente. Cordiali Saluti.


  Non è esatto. Il termine di tre anni di cui ha sentito è riferito al diverso procedimento per ottenere il divorzio, che può essere concesso dopo 3 anni dal provvedimento del presidente del tribunale che autorizza i coniugi a vivere separati emesso nel precedente e necessario giudizio di separazione.
In casi come il suo, la legge consente di agire in ogni tempo per ottenere la separazione, anche indipendentemente dal consenso del marito o da periodi di separazione di fatto, sul solo presupposto della sopravvenuta intollerabilità della convivenza con quello.
Un legale di sua scelta saprà senz'altro aiutarla a valutare compiutamente la sua posizione, anche con riferimento ad una eventuale pronuncia di addebito e alle conseguenze patrimoniali della separazione.


  Siamo due sorelle entrambe sposate. Diversi anni fa i miei genitori si sono separati ma mai legalmente (di fronte alla legge sono ancora marito e moglie). Mio padre ha avuto una relazione con altra donna con la quale ha convissuto per un paio di anni e pare che da questa relazione sia nata una bambina che allo stato attuale delle cose dovrebbe avere all'incirca 8/9 anni. Non so se sia stata riconosciuta ma so per certo che non ha mai vissuto con mio padre.
Come si pone la terza figlia di fronte alla possibile eredità di mio padre? Potrebbe pretendere qualche cosa anche se non riconosciuta? Alla donna con cui ha vissuto spetterebbe qualche cosa?
In ogni caso mi preme sapere se esista qualche escamotage per cercare di evitare che qs. terza figlia possa pretendere qualche cosa.....nel caso in cui alienassi la mia parte a mio marito (siamo in separazione di beni) o ad un terzo può qs. terza figlia chiedermi la sua parte o visto che ormai la proprietà è di terzi ed io risulti nulla tenente non può pretendere nulla? Insomma esiste un modo per far sparire tutto senza dare troppo nell'occhio ed "a rigore di legge"?
Fiduciosa rimango in attesa della cortese risposta che vorrete fornirmi e nel contempo porgo Distinti saluti.


  La legge, anche per effetto di ripetuti interventi della Corte Costituzionale, oramai equipara ai fini successori la posizione dei figli legittimi a quella dei figli naturali. Primo presupposto affinchè un figlio nato fuori dal matrimonio possa ereditare è che lo stesso sia stato riconosciuto. Il riconoscimento, se non è stato fatto dal padre in vita, può comunque essere contenuto nel testamento o potrebbe essere domandato giudizialmente dal figlio personalmente una volta raggiunta a maggiore età o anche prima tramite azione promossa dalla madre-legale rappresentante.
Se mai la bimba nata fuori dal matrimonio potesse riuscire a vedersi riconosciuto status di figlia naturale di Vostro padre avrebbe gli stessi diritti successori di Voi figlie di "primo letto", salvo il Vostro diritto di liquidarle in denaro la sua quota per estrometterla dalla comunione dei beni ereditari.
Nulla invece spetta alla madre della piccola, non essendo la sua posizione tutelata ai fini ereditari, salvo che a quella compete il concreto esercizio di tutte le azioni spettanti alla minore, e quindi non solo di quelle finalizzate al conseguimento della eredità, ma anche di quelle dirette ad ottenere il pagamento degli alimenti per la bambina dal padre naturale della stessa.
Ritengo invece di non poterVi suggerire nulla su come aggirare le norme successorie, anche per la mia personalissima convinzione che le "colpe" dei genitori non debbano ricadere sui figli e che le ragioni di tutela di una minore debbano prevalere su altri pur legittimi interessi di tipo meramente patrimoniale.
Non dubito tuttavia che un legale di fiducia privatamente interpellato sappia darvi tutti gli ulteriori chiarimenti del caso.


  Egregi avvocati, ho avuto il pignoramento del quinto di stipendio per una somma notevole, per me, gravata di moltissimi interessi, per cui non riuscirò a pagare in tutta la vita lavorativa che mi rimane.Vorrei chiederVi se e come è possibile chiedere e soprattutto a chi se è possibile abbassare a 1/8 o addirittura ad 1/10 il pignoramento in quanto con uno stipendio medio di 1300 euro, quello che mi rimane non mi basta per vivere. Ho un mutuo ipotecario sull'appartamento (680 euro mensili)ed in più una ipoteca della Riscossione s.p.a. per il mio debito, inoltre mi è stato ipotecato una parte di un'altra casa avuta in eredità dopo la morte di mio padre. Avendo ancora viva la mamma, il rimanente mi verrà sicuramente pignorato.Colmo della sfortuna , mia moglie ha avuto un'operazione al seno per un tumore ed ho una figlia ammalata di Lupus che abbisogna di cure.Possibile che lo stato sia preso così male da perseguire quasi escluisivamente le persone che già di loro hanno delle sfortune enormi? Inoltre il tfr liquidazione di fine rapporto segue il quinto dello stipendio o viene pignorata al 100%? Vi sarei grato se mi risponderete, e soprattutto se mi indicherete una via per poter pagare meno mensilmente altrimenti mi conviene licenziarmi e comprarmi un passamontagna ed un mitra.Grazie.



  Trattandosi di crediti da lavoro dipendente, la sede idonea per richiedere che il pignoramento venda ridotto rispetto al limite consueto di un quinto è l'udienza davanti al giudice dell'esecuzione, in cui il Suo datore di lavoro dichiara formalmente quanto è a Lei periodicamente dovuto. Comparire in quella sede con idonea documetazione potrebbe spingere il giudice ad assegnare al creditore istante una percentuale minore del suo stipendio (nonchè del T.F.R., che è sempre un credito da lavoro dipendente e quindi segue anch'esso la regola del quinto).
Ovviamente Le consiglio di rivolgersi ad un legale di Sua fiducia con congruo anticipo rispetto alla data dell'udienza.
Per il resto, credo che la soluzione al Suo problema possa eventualmente trovarsi non davanti al giudice ma ricorrendo a delle forme di finanziamento -non mancano sul mercato società che finanziano i lavoratori dipendenti- con cui potere estinguere i mutui presenti e poi pagare l'importo finanziato in rate di ammontare più comodo rispetto alla sua posizione.
Ovviamente Le sconsiglio il ricorso al mitra, posto che l'attuale Governo non ha in previsione ulteriori concessioni di indulto.


  Spett.le Studio Gava, Egr. avvocati, nel mese marzo 2006 ho acquistato in un negozio on line della merce per un valore di circa 300 euro e ho pagato anticipatamente facendo una ricarica sulla postepay del titolare del negozio ma la merce acquistata a tutt'oggi (agosto 2006) non mi è mai arrivata ed il titolare contattato più volte al telefono, via mail, fax e sms ogni volta trovava una scusa, poi mi dava la tracciabilità del pacco fasulla e avanti così con cose inventate. Dopo alcuni giorni dall'acquisto ho denunciato il tutto alla polizia postale. Nei giorni successivi ho anche scoperto tramite in numero di p.iva indicato nel suo sito che la sua attività è cessata il 16/12/2005 (come risulta dal sito dell' Agenzia delle entrate - verifica Partita Iva). (quindi come faceva a vendere???)
Preso dalla rabbia in quei giorni (marzo 2006) ho inserito in alcuni news group in internet dei messaggi che dicevano: "Evitate questo negozio (l'indirizzo web del negozio) perchè la merce che pagherete non vi arriverà e non ricaricate nessuna postepay di questo titolare (nome e cognome del titolare). Attenzione a questo tipo se deciderete di acquistare on line su questo sito".
Il titolare del negozio on line in qualche modo viene a conoscenza in quei giorni di questi messaggi e anche lui a sua volta risponde ai news group chiarendo a modo suo (con altre falsità) il discorso dell'acquisto fatto e mai ricevuto, poi scrive che procederà a sua volta con la denuncia per diffamazione a mezzo internet nei miei confronti.
Nella giornata di ieri 28 agosto ho ricevuto da parte del tribunale dove risiede questo venditore l'Avviso all'indagato della conclusione delle indagini preliminari della denuncia da me fatta.
A tutt'oggi non ho ricevuto nessun avviso di denuncia o querela nei miei confronti, ma vorrei sapere cosa rischio io per quelle frasi pubblicate sui news group e se c'è un limite di tempo in cui la parte lesa può presentare denuncia o querela dal momento in cui viene a conoscenza di questi messaggi.
Rischio qualcosa di grave se il venditore presentasse adesso denuncia per diffamazione?
Vi ringrazio fin d'ora per l'attenzione e spero in una Vostra risposta.
Distinti saluti



  In effetti il Suo sembra un chiaro caso di truffa online. Dalla documentazione che dice di avere raccolto mi sembra possa non preoccuparsi troppo di una eventuale querela sporta nei suoi confronti. Nell'eventuale procedimento contro di Lei, che potrebbe essere sospeso in attesa della definizione del giudizio scaturente dalla Sua querela, potrebbe comunque invocare la causa di non punibilità di cui all'art. 596 co.3 n.3 e co.4 c.p.
Nè mi sembra probabile che Lei abbia a risentire conseguenze pregiudizievoli per violazione della normativa sulla Privacy, posto che non paiono sussistere gli estremi del reato di cui all'art.167 "Codice della Privacy", ma il discorso meriterebbe di essere approfondito circa la configurabilità delle altre sanzioni amministrative previste dallo stesso Codice.
Ad ogni buon conto, essendo competente il tribunale a conoscere del reato di diffamazione via Internet, potrebbero passare più di nove mesi prima che Lei abbia notizia di un eventuale procedimento nei Suoi confronti (tre per la proposizione di querela ed altri sei per l'espletamento delle relative indagini) anche se di norma la polizia giudiziaria entro breve tempo dalla querela invita l'indagato a presentarsi per identificarlo e fargli eleggere domicilio.
Visto il tempo trascorso, quindi, ritengo possa stare abbastanza tranquillo.


  Spett.le Studio Avv. Gava, desidero porgervi il mio problema che spero volgiate esaminare.
Sono figlia unica, nel 2001 all'età di 31 anni, dopo aver sempre vissuto in Sicilia con i miei genitori, ho maturato con grande sofferenza la decisione di convivere a Roma con un uomo divorziato con due figli da mantenere. I miei genitori molto anziani, anche se autosufficienti, non accettano tutt'oggi la mia scelta, anche se il mio compagno mi rispetta, mi ama e non mi fa mancare nulla.
Io vado a trovarli, da sola, tutte le volte che posso, per le festività, compleanni, periodo estivo oppure come è accaduto quest'anno per assisterli in caso di intervento chirurgico o ricovero ospedaliero.
I miei genitori sono molto benestanti, però hanno iniziato a regalare alcune proprietà con finti atti di vendita e mi minacciano di proseguire fino a rimanere senza nulla se non decido di lasciare il mio compagno per ritornare da loro, preciso che il mio compagno è un funzionario di Polizia che gode di ottima reputazione ed è amato e rispettato da colleghi di lavoro e familiari.
I problemi che mi pongo sono tanti:
1. cosa accade se i miei genitori rimangono senza nulla e avranno bisogno di assistenza? Il mio compagno, che i miei genitori si rifiutano di incontrare, a causa del loro odio e disprezzo, non sarebbe certo disposto a doverli anche assistere.
2. ho qualche diritto di prelazione su proprietà che in qualche misura ho contribuito anch'io a costruire e a mantenere?
3. sono andata via di casa senza niente, è possibile che gli estranei che oggi ronzano intorno ai miei genitori hanno più diritti di me?
4. posso trovare un modo per impedire ai miei genitori di dilapidare il patrimonio? Faccio presente che stanno agendo solo per rabbia e dispetto.
5. posso in qualche modo intervenire sulle persone che incitano i miei genitori a diseredarmi?
In attesa di ricevere qualche suggerimento, colgo l'occasione per porgere cordiali saluti.



  Finchè i genitori sono viventi e capaci di intendere e volere non vi è purtroppo modo di impedire che essi dispongano del loro patrimonio nel modo che ritengono più opportuno.
Solamente nel momento in cui gli stessi dovessero venire a mancare vi sarà la possibilità di agire per ottenere la riduzione delle donazioni lesive della quota di patrimonio che la legge riserva ai discendenti.
Vi sarà tuttavia il problema di dimostrare la effettiva natura di donazione di atti che, come lei stessa afferma, formalmente risultano essere delle vendite. Sotto questo profilo la sua posizione di terzo rispetto all'atto simulato le consentirà di avvalersi anche della prova tramite testimoni e per presunzioni, altrimenti preclusa.
Se poi i suoi genitori, viventi, si trovassero in stato di necessità, potrebbero al limite pretendere da lei -non dal suo convivente- il pagamento di un assegno di natura alimentare proporzionato alla sua capacità contributiva, ma i terzi che hanno beneficiato delle donazioni simulate sarebbero tenuti al pagamento prima di lei. Ancora una volta vi sarebbe il problema di dimostrare la vera natura degli atti di vendita, ma in questo caso potrebbe giovarsi -al limite- anche delle dichiarazioni dei genitori che confessassero la reale natura delle cessioni, essendo lei pur sempre un "terzo" rispetto all'atto simulato.
Per il resto posso solo augurarle un rapido rasserenamento nel rapporto coi suoi genitori, nel rispetto delle sue legittime scelte affettive.


  Buon giorno mi chiamo Chiara, mi sto separando da mio marito ed ho un’altra persona...
chiedevo se era possibile ricevere l’annullamento del matrimonio se io ho un figlio da quest’altra persona.
Ringraziando anticipatamente, cordialmente saluto.


  La sopravvenienza di figli nati al di fuori del matrimonio non è tra i motivi, tassativamente elencati, di nullità del matrimonio stesso.
Al contrario, una relazione extraconiugale potrebbe essere motivo di addebito della separazione, precludendole la possibilità di richiedere un giorno gli alimenti all'attuale coniuge, qualora lei si trovasse in stato di necessità


  Cortesi Avvocati, desidererei chiarimenti sulla seguente questione: mi sono separato consensualmente e ora, trascorsi i termini, potrei chiedere il divorzio. La domanda è: non facendo il divorzio posso donare o lasciare i miei beni a chi voglio tramite testamento escludendo così la moglie separata e in caso affermativo questo può essere valido anche se è olografo? E per le diverse mie forme pensionistiche?
In caso di risposte positive potrei avere gli erstemi delle varie leggi o sentenze?
In attesa di una Vostra gentile risposta ringrazio anticipatamente e porgo distinti saluti.



  Supponendo che, come usualmente accade, la separazione consensuale non preveda l'addebito in capo alla moglie, questa per legge conseva gli stessi diritti successori del coniuge non separato e pertanto non vi è la possibilità di "diseredarla", riconoscendole la legge il diritto alla riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di patrimonio che la legge stessa le riserva.
In altri termini sua moglie potrà richiedere ai terzi beneficiari la restituzione in tutto od in parte di quanto ricevuto, partendo dalle donazioni più recenti fino a quelle via via più remote, fino alla effettiva reintegrazione della sua quota successoria.


  Gentili Avvocati, vorrei un parere sulla seguente questione: i miei genitori sono divorziati e mio padre qualche anno fa si è risposato (scegliendo la separazione dei beni). La sua seconda moglie ha da poco acquistato autonomamente un appartamento.
Gradirei sapere se io e sorella (non vi sono altri figli) saremo considerati, oltre a nostro padre, gli unici eredi (la seconda moglie di nostro padre ha 3 fratelli) dell'appartamento o no. L'appartamento in questione potrebbe essere donato o lasciato in eredità a me o a mia sorella escludendo uno dei due, o lasciato in parte a qualche altro suo parente?
Desidero inoltre sapere se quello che la signora dovesse ereditare da nostro padre (mi riferisco in particolare ai beni immobili) sarà anche questo un domani diviso ugualmente tra noi due sorelle o ella ne potrà disporre a suo piacimento?
Vi ringrazio sentitamente


  Devo purtroppo dirle che lei e sua sorella non sarete affatto considerate eredi dell'appartamento, di proprietà esclusiva della nuova moglie di vostro padre. Solo in caso di premorienza della proprietaria potrete un giorno ereditare la quota dell'appartamento che avrà ereditato vostro padre quale attuale coniuge, in concorso con eventuali figli "di secondo letto".
Certamente l'appartamento potrebbe essere donato o lasciato per testamento dalla nuova moglie a chi lei preferisce, salvo eventuali azioni di riduzione da parte dei suoi figli, qualora ne sussistessero i presupposti.
Similmente, salvo vostre azioni di riduzione in caso di donazione o di lascito testamentario che leda la vostra quota di riserva, la nuova moglie potrà disporre come crede di quanto dovesse ricevere da vostro padre.


  Gentile Avvocato innanzitutto vorrei ringraziarla per l'attenzione che presta nel leggere la mia e-mail. Il quesito che le pongo è il seguente: un mio amico è stato denunciato per ingiuria per un reato che non ha commesso, colui che lo ha querelato ha poi durante il processo ritrattato e affermato che la causa della querela era basata su un'altro fatto accaduto lo stesso giorno come conseguenza del fatto per il quale lo aveva precedentemente denunciato.
A compiere il primo reato di ingiuria ero stato io infatti, ora vorrei sapere siccome questa persona ha ritirato la denuncia per ingiuria riguardante il primo fatto nei confronti del mio amico potrebbe a seguito della segnalazione di qualcuno (anche del mio amico stesso) denunciare me? oppure non ne ha più la possibilità?
Grazie spero in un riscontro positivo. Distinti saluti


  L'art.124 c.p. non lascia dubbio in proposito: il diritto di querela non può essere esercitato decorsi tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce il reato. Ma la querela è una manifestazione della volontà che l'Autorità Giudiziaria persegua un determinato fatto-reato, rimanendo poi comunque nei poteri di quest'ultima l'individuazione dell'autore, a prescindere dall'indicazione che ne faccia il querelante.
E una volta messo in moto il processo, con rinvio a giudizio della persona originariamente "querelata", dipende solo dai tempi dello stesso se vi sia o meno la possibilità di "spostare l'accusa" su un'altra persona, senza comunque la necessità di una nuova querela.
Bisognerebbe sapere, nel caso proposto, se la "ritrattazione" di cui lei parla sia in realtà una remissione di querela, che interrompe il processo con riferimento al fatto-reato per cui si procede a prescindere da chi ne sia l'autore (in tal caso potrebbe stare tranquillo), o se semplicemente sia una dichiarazione che porta al proscioglimento dell' imputato "per non avere commesso il fatto", con eventuale spazio per la prosecuzione delle indagini per la ricerca dell'autore.
Ma, in concreto, la brevità dei termini per le indagini preliminari nei reati di competenza del Giudice di Pace e la difficoltà di individuare gli autori di certi reati come la diffamazione (commessa con invio di scritti anonimi, presumo) esclude di fatto la possibilità che le indagini si spostino su di lei.


  Ho condotto in affitto un alloggio per 7 anni (uso ufficio),non è mai stato stipulato un contratto di locazione.Ho sempre pagato la locazione anticipatamente di 3 mesi, dietro regolare fattura con IVA 20%.
Un anno fa' circa, ho informato il proprietario (verbalmente) che non appena avessi trovato un'altra sistemazione, avrei lasciato liberi I locali.Quando ciò si è verificato mi ha chiesto I 6 mesi di preavviso.
E' legittima la sua richiesta anche se non è mai stato stipulato e tantomeno registrato un contratto che regolasse le condizioni??Grazie.


  Il contratto di locazione di immobili ad uso diverso da quello abitativo è valido e vincolante tra le parti anche se stipulato verbalmente, posto che il suo contenuto minimo è stabilito direttamente dalla legge. Salva la difficile prova del contenuto del contratto stesso, specie laddove deroghi alla disciplina legale.
Per quanto riguarda il recesso, da lei comunicato solo verbalmente, deve ritenersi inefficace in quanto avrebbe dovuto essere comunicato mediante raccomandata a/r almeno 12 mesi prima dello scadere del sesto anno di locazione. Con la conseguenza che il contratto si intende rinnovato automaticamente per altri sei anni.Il locatore avrebbe pertanto il diritto di lasciarle a disposizione l'immobile per altri cinque anni e di percepirne il corrispettivo per lo stesso periodo, ovvero, se non pagasse, di ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento ed il risarcimento danni per il mancato guadagno.
Mi pare pertanto ragionevole la richiesta di un congruo termine di preavviso (non necessariamente sei mesi) per la risoluzione consensuale del contratto e la riconsegna dell'immobile.


  Egr. Avvocato, ringraziandoLa anticipatamente per l'opportunità offerta da questo servizio, Le pongo una questione riguardante l'alienazione di un appartamento locato.
Il contratto ha la scadenza dei primi quattro anni il 01/11/2006. Il vecchio proprietario ha comunicato solo verbalmente l'intenzione di vendere ed oggi il nuovo proprietario scrive una lettera nella quale si definisce nuovo proprietario e quindi percettore del canone di locazione alle condizioni preesistenti.
Mi chiedo:il nuovo proprietario non dovrebbe stipulare un nuovo contratto di locazione? Se sì mantenendo decorrenza e scadenza precedenti, oppure dalla data dell'effettivo suo possesso e per la durata di 4+4 anni?
Fiducioso in una risposta, porgo distinti saluti.
C. M.


  Il nuovo proprietario subentra automaticamente nella stessa posizione contrattuale di quello vecchio, senza bisogno di rinnovare il contratto originario che procede secondo le sue originarie scadenze.


  Egregi signori,
vorrei porvi un quesito concernente l'acquisto di un immobile pignorato prima che si tenga l'asta dello stesso, in accordo con il debitore. In questo senso: essendo venuto a conoscenza di un'esecuzione immobiliare che mi permetterebbe di acquistare la prima casa, potrei contattare il titolare dell'immobile in oggetto e fargli un proposta di acquisto?
Nell'attesa di un vostra cortese risposta colgo l'occasione per ringraziarvi.
Saluti G.


  Il pignoramento viene trascritto nei registri immobiliari e il suo acquisto dal proprietario non provocherebbe la chiusura della procedura esecutiva, di talchè l'immobile verrebbe poi comunque venduto come libero a suo danno, non essendo l'acquisto opponibile agli aggiudicatari.
In questo caso, se le conviene, potrebbe anticipare al proprietario (come acconto sul prezzo d'acquisto) la somma necessaria ad estinguere l'esecuzione, col pagamento di tutti i creditori procedenti e delle spese di procedura, e poi, riottenuta la disponibilità dell'immobile da parte del primo, procedere all'acquisto versando il residuo del prezzo o facendosi restituire la differenza sulla maggiore somma versata a seconda del valore d'acquisto concordato.


  Buongiorno, vorrei avere un parere in merito alla seguente questione:
Il padre di mio marito, sposato, separato ma non divorziato dalla madre di mio marito, convive con un altra donna (non sono sposati). Lui e la sua compagna hanno entrambi fatto testamento lasciando tutti i beni l'uno all'altro e non menzionando in tale testamento nè mio marito nè le sue due sorelle.
Ci chiedevamo se è possibile escludere così i figli dall'eredità. O comunque spetterebbe loro qualcosa? E alla ex moglie nonchè madre di mio marito?
Grazie per l'aiuto.


  In effetti non è possibile "diseredare" di fatto prossimi congiunti quali il coniuge non divorziato ed i figli legittimi. La legge prevede delle quote di riserva del patrimonio del defunto a favore di alcune categorie di persone, tra cui, appunto, quelli menzionati, ed un eventuale testamento che disponesse di tutto il patrimonio a favore di una terza persona potrebbe essere impugnato dagli interessati davanti al giudice, per ottenere la restituzione a loro favore, da parte dell'erede testamentario, di quella quota di beni di cui è illegittimamente entrato in possesso, a prescindere dalla sua buona fede.


  Per iniziare volevo ringraziarvi per questa opportunità di consulenza.
Il mio problema è il seguente:
Nel mese di Novembre 2004 é deceduto lo zio di mia suocera, sposato e senza figli.
La moglie ha pubblicato a nostra insaputa (dopo essersi rifiutata di farci visionare il testamento olografo) un testamento olografo (a suo dire fatto dal marito) in cui essa viene nominata unica erede.
Fino qua diciamo che tutto potrebbe andare.
La cosa strana é che ci ha insospettito è che nel testamento, dopo la sottoscrizione, c'è un'aggiunta scritta con una grafia di un'altra persona che recita così:
"sono presenti alla presente srittura i signori: Tizio, Caio e Semproni" dei quali due sono rispettivamente fratello e cognata della beneficiaria.
A questo punto vorrei sapere: si possono fare delle aggiunte ad un testamento olografo fatte da altre persone? I testimone possono essere parenti o affini del beneficiario o del testatore?
Per cortesia aiutateci.
Grazie.


  La Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di intervenire su una questione del tutto analoga a quella qui proposta.
Ci si riferisce alla sentenza numero 11733 pronunciata il 19 Aprile 2002, con cui la Corte di cassazione delinea i requisiti del testamento olografo, cioè scritto da testatore di proprio pugno, distinguendo peraltro gli aspetti formali da quelli sostanziali.
La questione era molto simile poiché anche nel caso giudicato dai giudici di cassazione sul testamento olografo compariva, dopo la firma del testatore, un'altra grafia sicuramente non appartenente al testatore.
Va precisato che il Codice civile non richiede la presenza di testimoni durante la redazione di un testamento olografo (art. 602 Cod. civ.).
Al contrario, il testamento pubblico è valido solo se le volontà del testatore sono ricevute da un notaio alla presenza di almeno due testimoni (art. 603 Cod. civ.).
Pertanto, il periodo in cui viene data notizia della presenza di qualche testimone alla redazione del testamento non è necessaria per considerare valido il testamento olografo.
La cassazione, con la citata sentenza, afferma che se il testamento appare integro nella parte di testo compresa fra l'inizio e la sottoscrizione, e dunque non emerge una correzione da parte di terzi tale da poter far sorgere il sospetto che le volontà del testatore siano state alterate o comunque condizionate, il testamento è valido.
In altre parole, quello che va verificato è se i soggetti, la cui presenza è indicata dalla cartella testamentaria, hanno influenzato in qualche modo la formazione e l'espressione delle ultime volontà del testatore.
Se ciò non è avvenuto, il testamento olografo, poi pubblicato, sarà perfettamente valido ed esprimerà tutti gli effetti in esso contenuti.
Si aggiunge, per completezza, che dato il lontano grado di parentela intercorrente fra i soggetti del presente quesito è ben ipotizzabile che il testatore abbia voluto lasciare l'intero patrimonio al congiunto più prossimo ancora in vita che, dal testo, si può dedurre essere la moglie, data l'assenza di prole.


  Salve. Potete aiutarmi? Desidero ricevere una consulenza gratuita.
Sono uno studente e dopo aver lasciato la mia previa abitazione transitoria non ho ricevuto dalla proprietaria il deposito cauzionale.
Successivamente [la proprietaria] mi ha detto che avrei dovuto rivolgermi al suo legale.
Come comportarmi?
Volevo anche sapere come posso verificare se il contratto di locazione è stato depositato, preferibilmente on line. Vi prego aiutatemi x favore.
Cordiali saluti.


  Il locatore è legittimato a non restituire la cauzione versata dal conduttore all'inizio della locazione solo per motivi ragionevoli e connessi a qualche danno causato all'immobile dal conduttore, o da altre persone entrate nell'abitazione locata sotto la responsabilità del conduttore stesso.
Non è chiaro l'invito della locatrice di rivolgersi al proprio avvocato e non si capiscono le finalità di questo incontro.
Sarebbe comunque sempre buona norma, soprattutto per gli studenti universitari, pretendere un controllo dello stato dell'immobile preso in locazione un momento prima di andarsene definitivamente da quell'immobile e farsi contestualmente rilasciare dal locatore stesso una dichiarazione scritta da cui emergano eventuali danni rilevati e in generale in cui si dia atto dello stato degli arredi, infissi, pavimenti ecc.
Per quanto riguarda la seconda parte del quesito, si crede di essere nel giusto se si interpreta "deposito" come "registrazione".
La registrazione è una pratica che attiene al profilo fiscale dei contratti.
Se il contratto stipulato rientra in un modello riconosciuto dall'ente per il diritto allo studio o da un'associazione di studenti universitari competente per il Comune in cui si svolge il soggiorno durante il periodo universitario, il canone mensile deve aver un tetto massimo convenzionale non superabile validamente, nemmeno dalla volontà delle parti. Questa limitazione, a svantaggio del locatore, viene controbilanciata dalla previsione di una tassazione agevolata per la parte del reddito del locatore che deriva dalla locazione dell'immobile ad universitari. Il contratto si registra presso all'Agenzia delle Entrate e riceve un numero cronologico distintivo.
Alcuni enti per il diritto allo studio richiedono la registrazione del contratto per l'erogazione di agevolazioni agli studenti conduttori. Pertanto, è buona norma che lo studente conduttore interessato pretenda la registrazione del proprio contratto.
Per precisione, si specifica che una eventuale mancata registrazione non frustra il diritto del conduttore alla restituzione della cauzione. Quindi i due aspetti sono del tutto autonomi.


  Spett.le Studio Gava
La mia domanda e' la seguente:
sarei interessata all'acquisto di un immobile assegnato in godimento ad un coniuge affituario.
Ma il problema e' che ho paura che, magari, pur riuscendo ad aggiudicarlo, non possa poi andare ad abitarvi perche' questa casa risulta "gravata" dal godimento(con atto regolarmente trascritto c/o la Conservatoria dei Registri immobiliari.
La ringrazio anticipatamente.


  Effettivamente il mutamento di proprietà non va ad intaccare il diritto di abitazione del coniuge affidatario dei figli minori.
La giurisprudenza di Cassazione è consolidata nel riconoscere che la logica del conferimento del diritto di abitazione nella casa familiare al genitore affidatario dei figli "va configurata non soltanto come strumento di protezione della prole, ma come mezzo atto a garantire anche il conseguimento di altre finalità, quali l'equilibrio delle condizioni economiche dei coniugi e la tutela del coniuge più debole" [Cass. Civ., Sez. I, 26/09/1994, n. 7865].
E questo è portato alle massime conseguenze dal riconoscimento del mantenimento del diritto di abitazione anche ove l'affidatario si risposi ed anche se la casa è di proprietà dell'ex coniuge, almeno finché i figli sono minorenni e comunque non economicamente autosufficienti.
Pertanto se la finalità dell'acquisto è esclusivamente rivolto al successivo utilizzo dell'immobile per fini abitativi personali se ne sconsiglia l'interessamento.


  Egr. avvocati,
mio fratello ha concesso in affitto due locali più servizi per uso ufficio, ma il proprietario dei locali è mio padre.
Mio fratello ha anche registrato il contratto di affitto e percepito l'assegno della cauzione di cui io ho le fotocopie. Sul contratto è stabilito che l'affitto debba essere versato sul conto di mio fratello che come ripeto non ne è il proprietario.
Mio padre che ne è il vero proprietario ha detto che ormai il contratto è registrato e di lasciarlo stare così.
Volevo chiedere:
Il contratto è valido lo stesso?
Si prefigura l'appropriazione indebita?
Fra poco (entro dicembre 2005) mio padre mi lascierà la nuda proprietà di quei locali, ma l'usufrutto lo percepirà mio fratello. Ci sono delle implicazioni legali?
Vi ringrazio fin d'ora della risposta.


  Va chiarito che un bene può essere dato in locazione anche da chi non ne è il proprietario.
Infatti l'obbligazione principale del locatore è quella di garantire il godimento del bene al conduttore, assumendosi le proprie responsabilità risarcitorie nel caso non potesse rispettare la propria obbligazione.
Pertanto, da come si interpretano i fatti descritti nel quesito, il contratto di locazione di immobile sembra perfettamente valido ed efficace a tutti gli effetti di legge.
Dunque è legittimo che i canoni siano percepiti da chi ha concluso il contratto di locazione. Non si configura poi il reato di appropriazione indebita, previsto dall'articolo 646 del Codice penale, poiché il testo di legge dice: Chiunque per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso è punito a querela della persona offesa [omissis]. Innanzitutto, manca la condizione di procedibilità rappresentata dalla querela della persona offesa, cioè il legittimo proprietario - nel caso presente il padre - che comunque avvalla la condotta del fratello.
In secondo luogo, l'appropriazione deve abbattersi su beni mobili, mentre nel caso si sta parlando di un bene immobile (due locali più servizi).
Infine, viene descritta la volontà del padre a lasciare la nuda proprietà ad un figlio e l'usufrutto all'altro. Tale nuovo regime non inficerà la validità del contratto di locazione, già concluso, che dunque rimarrà valido e vincolante fra le parti.


  Per iniziare volevo ringraziarvi per questa opportunità di consulenza. Il mio problema è il seguente: qualche giorno fa, purtroppo è deceduto mio zio (fratello di mia madre) di 65 anni, che da circa 1 anno e mezzo si era sposato con una donna di nazionalità Ucraina di 55 anni.
All’atto del matrimonio, si sono accordati per avere la separazione dei beni.
A questo punto vorrei sapere chi effettivamente godrà della sua eredità tenendo presente che tutti i suoi averi risalgono a prima del matrimonio?
Grazie e a presto.


  Non è chiaro se il defunto fosse stato già sposato in passato.
Ipotizzando, dal testo del quesito, che le nozze di un anno e mezzo fa fossero le prime e non essendoci testamento per la devoluzione ereditaria, è necessario rifarsi agli articoli 565 e seguenti del Codice civile che regolano la successione legittima, ossia la spartizione del patrimonio del defunto in assenza di testamento.
Gli eredi, in tal caso, sono il coniuge e i parenti e, se questi non sono presenti fino al sesto grado, la legge indirizza l'intero patrimonio allo Stato.
Nella narrazione dei fatti non emerge che siano presenti figli del defunto e nulla viene detto in merito a suoi genitori ancora in vita.
Dato lo specifico contenuto del quesito, è necessario aggiungere che la dichiarazione di separazione dei beni effettuata all'atto del matrimonio non incide sulla questione ereditaria, ma è un mezzo per la divisione del patrimonio dei coniugi in caso di loro separazione personale.
Quindi, se non ci sono figli o genitori ancora in vita, l'intero patrimonio dovrà essere devoluto per 2/3 alla moglie del defunto e per il restante terzo ai parenti più prossimi (in parti fra loro uguali) come un fratello o una sorella ancora in vita, secondo quanto disposto dall'art. 582 Cod. civ. e, in mancanza di fratelli, ai discendenti di questi ultimi.
Ipotizzando, per completezza, l'esistenza di altri eredi, il patrimonio dovrà essere devoluto ad essi per quote, secondo le disposizioni sul concorso fra eredi di cui agli artt. 566 e seguenti del Codice civile.


  Egregio Avv.Gava,
Le scrivo in merito ad una consulenza gratuita per quanto riguarda il mio caso. Sono in possesso di una sentenza di divorzio emessa dalla "PREFETTURA di Copenhagen" dove sono stati rispettati tutti i requisiti previsti dalla normativa italiana.
L'ufficiale di stato civile mi dice che non può trascrivere la mia sentenza in quanto rilasciata da un organo non riconosciuto come competente (appunto la Prefettura), e che quindi devo richiedere una delibazione della mia sentenza, il mio quesito è : in base all' attuale normativa una sentenza che abbia valore giuridico in uno Stato membro dell'Unione non dovrebbe essere riconosciuta automaticamente anche in Italia?
Faccio presente che la sentenza è definitiva e che non ammette appello, e che inoltre la mia ex moglie si è regolarmente risposata.
La ringrazio sentitamente
G. A.


  Nell'ambito del tentativo di armonizzare le normative degli Stati membri della Comunità Europea, le istituzioni comunitarie hanno emanato una serie di atti normativi in materia civile.
Fra questi il Regolamento del Consiglio (CE) N. 1347/2000 del 29 Maggio 2000, entrato in vigore il 1 Marzo 2001, si propone di regolare la competenza, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di potestà dei genitori sui figli minori di entrambi i coniugi.
Tale fonte normativa comunitaria dà disposizioni chiare per il riconoscimento ed l'esecuzione delle decisioni in materia di divorzio, separazione personale e annullamento del matrimonio prese da un giudice di uno Stato membro, anche a prescindere dalla forma che queste decisioni possono assumere.
In particolare, l'articolo 14 del Regolamento dice che "Le decisioni pronunciate in uno Stato membro sono riconosciute negli altri Stati membri senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento". Ed aggiunge che, se contro la pronuncia non è più possibile alcuna forma di impugnazione secondo la legge dello Stato in cui si vuole far valere la pronuncia - in altre parole la sentenza è passata "in giudicato" - non servono procedimenti particolari per l'aggiornamento delle iscrizioni nello stato civile.
Eventuali motivi di diniego del riconoscimento, e dunque della trascrizione della sentenza nel registro dello stato civile, vanno ricercati in vizi ed errori, per lo più procedurali, del processo che ha portato alla pronuncia.
Dai fatti esposti, tali vizi non emergono e la sentenza danese è definitiva, tanto che la ex moglie si è regolarmente risposata.
Non sembra dunque corretto il rifiuto dell'aggiornamento del registro dello stato civile italiano opposto da un funzionario della Pubblica Amministrazione, il quale - tra l'altro - giustifica questo suo rifiuto, non per qualcuno di quei detti vizi della pronuncia, ma perché la sentenza non è stata "introdotta" in Italia attraverso la delibazione della sentenza, procedure che il Regolamento comunitario non richiede.
In definitiva, si ritiene, che la pronuncia danese sia perfettamente utilizzabile ai fini della trascrizione nel registro dello stato civile italiano.
Sarebbe utile fornire i riferimenti normativi della fonte comunitaria all'ufficio anagrafe di competenza, richiedendo - nell'ipotesi che il rifiuto persista - una formalizzazione scritta delle ragioni dell'opposizione. Tale documento potrà essere utile per un'evetuale ricorso avverso tale comportamento.


  Buongiorno, vorrei avere un'informazione.
Un mese fa ho fatto una proposta d'acquisto per un immobile sito in Torino che viene venduto tramite agenzia.
Ieri mi sono recata dal notaio è ho scoperto che quest'immobile è gravato non solo da ipoteca di mutuo, ma su esso vi sono anche vari pignoramenti ed un'istanza di fallimento.
Come mi devo comportare, premesso non è stato ancora stipulato il compromesso?
Grazie
Francesca.


  Va premesso che se il contratto preliminare non ha ricevuto la forma scritta prescritta per legge, esso è considerato nullo.
Infatti, dal combinato disposto degli articoli 1350 e 1351 del Codice civile, il preliminare deve avere la medesima forma prevista per il contratto definitivo, che per la vendita di beni immobili è quella scritta dell'atto pubblico o della scrittura privata.
Per quanto riguarda specificatamente l'immobile oggetto del quesito, il fatto che sia sottoposto a varie garanzie reali, ossia a strumenti di tutela del credito, complica sicuramente la sua vendita.
Per quanto riguarda il pignoramento, se questo è trascritto, il creditore pignorante, cioè il soggetto che ha richiesto il pignoramento a proprio vantaggio, può opporlo al successivo acquirente del bene.
La conseguenza è che l'atto di vendita non sarà efficace verso il creditore pignorante, frustrando così la piena proprietà dell'acquirente.
Va aggiunto che il creditore pignorante può impugnare l'atto dispositivo solo se da questo deriva uno effettivo pregiudizio alla tutela del proprio credito.
Tale pregiudizio manca se il ricavato dell'alienazione dell'immobile è di per sé sufficiente a soddisfare il creditore.
Essendo, poi, il pignoramento, o gli altri strumenti, appunto funzionali alla tutela del credito nell'ambito del processo esecutivo, se questo viene ad estinguersi, ogni atto dispositivo diventerà pienamente efficace anche verso tutti i creditori pignoranti o intervenuti.
In più, l'articolo 1482 Cod. civ. tutela il compratore di un bene gravato da garanzie reali.
Il compratore, che non sappia e non sia stato informato dal venditore dell'esistenza di questi gravami, può sospendere il pagamento del prezzo e chiedere la risoluzione giudiziale del contratto.
Nella questione proposta, il compratore è a conoscenza dell'esistenza dei gravami e non può chiedere la risoluzione del contratto, ma il venditore deve tenerlo indenne dall'evizione da parte dei propri creditori, se quest'ultima si verificherà.
Si consiglia pertanto di verificare l'entità dell'esposizione ai debiti del bene immobile che si vorrebbe acquistare e valutare se il prezzo a cui viene venduto è sufficiente a pagare il debito, cosa che dovrà avvenire contestualmente all'atto di compravendita e portare alla contemporanea rinuncia da parte dei creditori alla garanzia ipotecaria ed ai vari pignoramenti trascritti.
Per altro, anche in questo caso, ove il venditore sia un imprenditore - come pare di intuire dalla formulazione della questione - e questo fallisca, entro un anno dalla vendita sussiste la possibilità che il compratore subisca una revocatoria da parte degli organi fallimentari qualora il prezzo pagato sia inferiore di oltre un quarto al valore dell'immobile.


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